UNA COSTRUZIONE DI EPOCA ROMANA SUL MONTE LAPILLO A FORMIA

di Salvatore Ciccone

L’argomento che propongo deriva dall’articolo pubblicato in “Latium”, rivista dell’Istituto di Storia ed Arte del Lazio Meridionale – MIBACT (n. 34/2017, pp.75-83).
Lo studio rimonta al febbraio del 2007, quando l’amico Giacinto Mastrogiovanni, consocio dell’Archeoclub di Formia, studioso appassionato del territorio di Marànola, mi riferiva della presenza di materiali ceramici e frammenti murari sul monte Lapillo ad 800 metri di quota, propaggine occidentale del monte Altino; i resti erano affiorati nell’esecuzione di lavori eseguiti dall’Ente “Parco Regionale Naturale dei Monti Aurunci” di recupero dell’area alterata negli anni 1960 da due cave di pietrisco occorrente alla costruzione della Strada della Montagna: contestuale all’intervento era la creazione di piazzole pic-nic.
Nel mio sopralluogo si è subito evidenziata la presenza di una costruzione di epoca romana e segnalata alla Soprintendenza ai Beni Archeologici del Lazio, la quale ha indicato all’Ente Gestore l’esigenza di una indagine per la programmazione di interventi di conservazione e valorizzazione del sito, anche per una diversa e più opportuna destinazione.
I resti individuati interessano una superficie di circa 1000 mq, dalla cima del monte (m. 793) con il maggiore sviluppo lungo il declivio verso est e consistono in elementi di opere murarie, blocchetti parallelepipedi squadrati di calcare e agglomerati di malta. Più in basso sul versante sud i resti si presentano più consistenti in un modesto tratto di muro con paramento in opus incertum, di spessore m. 0,60 e pari a due piedi romani (1 piede = m. 0,2957), con nucleo a di malta con scaglie e sabbia dello stesso monte. La frequente presenza di frammenti laterizi in specie alette di tegulae e di coppi o imbrices, indicano che almeno una parte delle opere murarie riguardassero un edificio coperto da tetto.
In un punto, nella parte più bassa ad est, dove il pendio è stato di poco spianato per la creazione delle piazzole per i tavoli pic-nic, sono affiorati strati di materiale dell’edificio tra i quali due frammenti di tegulae con parte di bolli doliari rettangolari ad una sola linea, ascrivibili tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C., ad indicare nella possibile datazione almeno un termine temporale della costruzione.
La creazione poi della base in muratura dei tavoli e delle panche è stata fatta utilizzando materiale lapideo del posto, apparentemente naturale, ma invece costituito dai blocchetti squadrati di calcare, riconducibili alla muratura in opus vittatum. Si presentano inoltre conci piramidali allungati tipo opus reticulatum, che in questo caso dovevano costituire gli elementi di ammorsatura del paramento vittato con il nucleo.

Nelle immagini: l’esedra tirrenica dei Monti Aurunci vista dal porto di Formia, con il dominante monte Altino desinente nella vetta cupoliforme del Redentore: la freccia indica il monte Lapillo e una veduta del monte Altino e a destra della cima del Redentore, dall’area archeologica del monte Lapillo: in primo piano si osserva l’ammasso di pietrame delle antiche murature stretto dalla cotica erbosa.

(seconda parte)

Gli elementi disfatti di pietrame e quelli di terracotta di tetto caratterizzano i lievi dossi che seguono andamenti rettilinei: a questa diffusa presenza dei blocchetti si deve il toponimo “Lapillo”, dal latino lapillus, nel senso di pietruzza lavorata.
Tra i frammenti affioranti nella parte orientale si è evidenziato un pezzo lavorato di pietra trachite, sicuramente appartenuto ad una mola per uso giornaliero, oppure ad una biconica per la macinazione di grandi quantitativi di granaglie, il che indica un insediamento abitativo e in particolare una delle sue produzioni.
Nella ricognizione superficiale del terreno, le tracce configurano delle terrazze quadrangolari contigue con un complessivo andamento a T, della quale la sbarra superiore di lunghezza prevalente, orientata da ovest-sud-ovest più in alto, ad est-nord-est sulla parte più dolce del pendio. L’asta della T si protende invece a sud-est nella parte più scoscesa verso il mare, dove appaiono tratti di un muro con le tracce di opus incertum. Da ciò si evidenzierebbe come la muratura vittata dovesse riguardare la porzione livellata e coerente con l’uso degli elementi squadrati, sostenuta da opera incerta di raccordo ai pendii naturali.
Le misurazioni, eseguite nella migliore approssimazione sulle tracce affioranti, restituiscono la lunghezza di m. 42,70 del corpo di fabbrica più lungo a settentrione, e quella più precisa di m. 10,30 tra i due cantoni del muro emergente sul lato mare.
Il tipo di pianta individuato si ritrova nelle ville rustiche, come tramandato anche dagli antichi trattatisti, con corpi coperti connessi ad una corte.
L’edificio sul monte Lapillo doveva disporre di una sottostante cisterna per la raccolta dell’acqua piovana; invece esistono dei pozzi nella sella col monte Pornito (m. 786), 300 metri a sud-est e circa 50 metri più in basso, i quali erano adatti anche per il bestiame.
Alle spalle verso nord-ovest si estende la valle di Gegne, pianeggiante per almeno 800 metri, con in distanza la Forcella di Campello. La valle si presenta oggi in parte alberata, ma fino ad un recente passato essa era coltivata a granaglie, produzione sulla quale poteva contare questo insediamento in posizione e visibilità dominanti che manifestano il possibile ambito del fondo.
Della pianta risultano subito importanti alcune misure che promuovono un approfondimento sul criterio progettuale per delineare un possibile aspetto dell’edificio. Nel muro avanzato verso il mare la lunghezza tra i cantoni di m. 10,30 risulta corrispondere in difetto di poco meno di 5 centimetri a 35 piedi romani. Ugualmente si verifica la misura a tergo di m. 42,70 e prossima a 145 piedi con meno di 18 centimetri in difetto. Di queste quantità è possibile individuare il sottomultiplo di 5 piedi pari ad un passus, un passo doppio pari a m. 1,48 in cui rispettivamente tradurre le misure in numero di 7 e 29. Pertanto il passus costituirebbe il modulo di progettazione dell’edificio e su cui si può verificare l’intera pianta rilevata. Trattandosi di un edificio agricolo essenzialmente utilitario, ben diverso da realizzazioni più raffinate in ville del litorale formiano, si può supporre una maglia quadrettata composta di questo modulo. Così facendo e sovrapponendovi il rilievo, esso collima quasi uniformemente eccetto le deformazioni angolari derivate dal tracciamento sul terreno scosceso.

Nelle immagini : alcuni tavoli nell’area pic-nic costruiti con blocchetti squadrati di calcare della muratura in opus vittatum. Dallo spianamento delle piazzole sono emersi anche frammenti bolli doliari di tegulae; a sinistra un ammasso di struttura muraria e un grafico della veduta aerea dell’area ruderale del monte Lapillo (A) e del tracciato di rilievo uniformato alla maglia modulare individuata, con unità di 5 piedi romani (B) (Ciccone 2007).
(continua)


(terza ed ultima parte)

Regolarizzando quindi queste deformazioni nella maglia modulare, si può cogliere la pressoché perfetta coincidenza con scarti irrilevanti, considerando l’individuazione delle tracce sconnesse in affioramento e sulle lunghe distanze. Altre misure di due scomparti interni pure corrispondono alla maglia, distinguendo l’edificio composto in quattro zone: il corpo rettangolare oblungo largo 7 moduli, in lunghezza susseguenti da ovest ad est con una di 9 moduli, una di 13 moduli e una di 7, perciò quadrata.
Il corpo proteso verso il mare risulta largo 7, appare invece di lunghezza diversa su i due lati di un modulo, 10 ad ovest e 9 ad est, che determinano una inclinazione del lato sud, voluta in favore della visuale verso quella caratteristica cima del monte Altino oggi consacrata al Redentore.
La scarsa quantità di macerie, facilmente apprezzabile rispetto al profilo roccioso naturale, è tale da corrispondere ad una costruzione realizzata in una struttura a spessori ridotti e in parte di materiale effimero come il legno, che si caratterizza con l’opus craticium, del quale però la deperibilità ha lasciato esempi solo nelle città vesuviane, mentre doveva essere diffusissimo nell’ambito agricolo ed ancora caratteristico negli edifici del nord Europa.
Vitruvio (II, 8, 20) cita questa struttura per le sue negatività, specialmente nei confronti del fuoco, ma anche per deformazione delle parti lignee esposte all’umidità a discapito delle colmature murarie, per questo raccomandando comunque di realizzarla su uno zoccolo di muratura. In questa necessità l’opera vittata è per la sua caratteristica di solidità e regolarità adatta ad impostarvi sopra il telaio ligneo dell’opus craticium o a colmarne le scompartiture come si osserva a Pompei dal III secolo a.C.
All’impiego dell’opus craticium e cioè all’orditura della maglia strutturale quadrata di legno, si può correlare l’uso del modulo di 5 piedi, quale misura di interasse che risulta adatta in una struttura anche di due piani. Infatti ad una trave corrente bassa, poggiata sulla solida crepidine, si elevavano i pali verticali, le traverse orizzontali e qualche puntone diagonale di irrigidimento all’atto della costruzione dell’impalcato: infatti la colmatura della maglia in muratura, quando non di argilla e paglia, rendeva il tutto reciprocamente solidale e indeformabile; sulla trave corrente superiore potevano poggiare le travi del tetto, oppure quelle del solaio di un piano superiore serrate da un’altra trave bassa di appoggio della sovrastante struttura.
Nei resti rilevati si può valutare la consistenza dei corpi di fabbrica, sia dalla quantità del materiale accumulato, sia dalla consistenza della struttura basale.
Il muro affiorante del corpo sud spesso due piedi, è adatto a sostenere una struttura ben distaccata dal suolo e a due piani, che profila la vera e propria abitazione, in considerazione dell’esposizione e del vantaggioso utilizzo del calore prodotto dal focolare.
Nel rettangolo oblungo, Il minor materiale sul lato nord può indicare l’ambito della corte, coperta sui lati lunghi da portici di relazione tra i corpi di fabbrica estremi e con l’ingresso, percepibile nell’avvallamento compreso tra le due sporgenze dell’edificio a sud-est. Invece più consistenti appaiono i corpi estremi che dovevano costituire ampi vani coperti a tetto.
Nella veduta area restituiva, si può idealmente valutare la logica disposizione generale delle varie parti, rispetto all’ingresso, all’orientazione e anche all’applicazione della maglia modulare del graticcio ligneo strutturale, per la protezione del quale necessitavano ampi aggetti dei tetti.
L’interpretazione dei resti appare definita ed evoluta anche all’interno di un procedimento modulare, rimanendo comunque un studio preliminare alle informazioni derivanti da un auspicabile scavo.
Dispiace che nella realizzazione dell’area attrezzata non si sia considerata la presenza di una così rilevante testimonianza, anzi utilizzando inavvedutamente parti di essa.
Le rovine invece costituiscono un elemento di grande significato in questa parte del Parco, che documentano la continuità d’uso delle risorse naturali del territorio montano fin dall’antica Formiae. Se infatti l’Ente vuole concretamente tutelare il territorio montano nel suo più completo valore ambientale e paesaggistico, questa presenza permetterà di svolgere la funzione in modo compiuto nelle finalità scientifiche ed educative.
Per questo l’area archeologica così eccellente del monte Lapillo dovrà essere recuperata, emendandola dall’oblio oltre che da un impiego inadeguato.

Nelle immagini: un rilievo aerofotogrammetrico (1990) dell’area del monte Lapillo, con le cave prima degli interventi naturalistici, la posizione e il perimetro dell’edificio rilevato: in basso la zona di Pornito; in alto il principio della valle di Gegne e restituzione su base modulare dell’edificio romano sul monte Lapillo (Ciccone 2007): si evidenzia la tipica disposizione dei corpi di fabbrica utilitari rispetto ad una corte con portici di collegamento, dei quali quello accanto l’ingresso, ad uso abitativo.

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